7. TACCUINI DI APPUNTI (3) (NO AUDIO)
Nota del 1949: più cerco di fare un ritratto somigliante, più m'allontano dal libro e dall'uomo che potrebbe piacere; solo qualche amatore dei destini umani comprenderà.
Oggi il romanzo divora tutte le forme; poco a poco si è costretti a passarci. Questo studio sul destino d'un uomo che si chiamò Adriano nel Diciassettesimo secolo sarebbe stato una tragedia; all'epoca del Rinascimento, un saggio.
Questo libro è il condensato d'un'opera enorme elaborata per me sola. Avevo preso l'abitudine di scrivere ogni notte quasi automaticamente il risultato di queste lunghe visioni provocate, durante le quali mi inserivo nell'intimità d'un altro tempo. Prendevo nota dei minimi gesti, delle parole più insignificanti, delle sfumature più impercettibili; le scene che nel libro attuale sono riassunte in due righe, erano descritte nei minimi particolari, quasi le vedessi al rallentatore; queste specie di resoconti, se li avessi aggiunti gli uni agli altri, avrebbero prodotto un volume di qualche migliaio di pagine. Ma ogni mattina davo alle fiamme il lavoro notturno; scrissi così un grandissimo numero di meditazioni molto astruse e qualche descrizione abbastanza oscena.
L'uomo appassionato di verità, o, se non altro, di esattezza, il più delle volte è in grado di accorgersi, come Pilato, che la verità non è pura. Ne conseguono, mescolate alle affermazioni dirette, alcune esitazioni, sottintesi, deviazioni che uno spirito più convenzionale non avrebbe avuto; in certi momenti, rari peraltro, m'è accaduto persino di sentire che l'imperatore mentiva. In questi casi, bisognava lasciare che mentisse, come noi tutti.
Come sono grossolani quelli che dicono: «Adriano sei tu»; ancor di più lo sono coloro che si meravigliano che si sia scelto un soggetto così remoto e straniero. Lo stregone che si taglia il pollice al momento di evocare le ombre sa che esse obbediranno al suo appello soltanto perché lambiscono il proprio sangue; e sa, o dovrebbe sapere, che le voci che gli parlano sono più sagge e più degne d'attenzione che le sue grida.
Non ho tardato molto ad accorgermi che scrivevo la vita d'un grand'uomo; e di conseguenza, un maggior rispetto della verità, una maggiore attenzione, e, da parte mia, un maggior silenzio.
In un certo senso, ogni vita raccontata è esemplare; si scrive per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire un metodo che ci è proprio. Ma non è meno vero che le biografie in genere si squalificano per una idealizzazione o una denigrazione a qualunque costo, per particolari esagerati senza fine o prudentemente omessi; anziché comprendere un essere umano, lo si costruisce.
Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che non si compone mai, checché si dica, d'una orizzontale e due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.
Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche.
Ogni essere che ha vissuto l'avventura umana sono io.
Il Secondo secolo m'interessa perchè fu, per un periodo molto lungo, quello degli ultimi uomini liberi; per quel che ci riguarda, siamo già molto lontani da quel tempo.
Il 26 dicembre del 1950, una sera gelida sulle rive dell'Atlantico, nel silenzio quasi polare dell'Isola dei Monti Deserti, negli Stati Uniti, ho cercato di rivivere il caldo soffocante d'un giorno di luglio del 138 a Baia, il peso del lenzuolo su gambe pesanti e stanche, il mormorio quasi impercettibile d'un mare senza marea che di tanto in tanto raggiunge un uomo tutto preso dai rumori della sua agonia. Ho cercato di spingermi fino all'ultimo sorso d'acqua, l'ultimo collasso, l'ultima immagine. L'imperatore non ha più che da morire.
Questo libro non è dedicato a nessuno. Avrebbe dovuto esserlo a G. F.; lo sarebbe stato, se non fosse quasi indecente mettere una dedica personale in testa a un'opera dalla quale volevo, soprattutto, cancellare me stessa. Ma le dediche, anche le più lunghe, sono pur sempre un modo inadeguato e banale di onorare un'amicizia così poco comune. Quando cerco di definire questo bene che mi è stato donato da anni, dico a me stessa che un simile privilegio, benché tanto raro, non può tuttavia essere unico; che a volte deve pur succedere che nell'avventura d'un libro riuscito o nell'esistenza d'uno scrittore fortunato, ci sia stato qualcuno, un poco in disparte, che non lascia passare la frase inesatta o debole che per stanchezza vorremmo lasciare; qualcuno capace di rileggere con noi fino a venti volte, se è necessario, una pagina incerta; qualcuno che va a prendere per noi sugli scaffali delle biblioteche i grossi volumi nei quali forse troveremo ancora una indicazione utile, e si ostina a consultarli ancora quando la stanchezza ce li aveva già fatti richiudere; qualcuno che ci sostiene, ci approva, alle volte ci contraddice; che partecipa con lo stesso fervore alle gioie dell'arte ed a quelle della vita, ai lavori dell'una e dell'altra, mai noiosi e mai facili; e non è né la nostra ombra né il nostro riflesso e nemmeno il nostro complemento, ma se stesso; e ci lascia una libertà divina ma, al tempo stesso, ci costringe ad essere pienamente ciò che siamo. "Hospes comesque".
Apprendo nel dicembre del 1951 la morte recente dello storico tedesco Wilhelm Weber, nell'aprile del 1952 quella dell'erudito Paul Graindor, i lavori dei quali mi hanno molto servito. In questi giorni ho parlato con due persone, G. B. e J. F., i quali hanno conosciuto a Roma l'incisore Pierre Gusman nell'epoca in cui era intento a disegnare con passione le località della Villa. Sentimento di appartenere a una specie di "Gens Aelia", di far parte della folla di segretari del grand'uomo e partecipare a quella veglia della guardia imperiale montata da umanisti e poeti, i quali si danno il turno attorno a un grande ricordo. Così si forma, attraverso il tempo, (e accade lo stesso, senza dubbio, degli specialisti di Napoleone, degli innamorati di Dante) una cerchia di spiriti attratti dalle stesse simpatie, pensosi degli stessi problemi.
I Blazius, i Vadius esistono; il loro grosso cugino Basile è ancora in piedi. Una volta - una volta sola - m'è accaduto di trovarmi colpita da quel miscuglio di insulti e facezie da caserma, di citazioni tronche o abilmente deformate per far dire alle nostre frasi la scempiaggine che non dicevano; argomenti capziosi, sostenuti da affermazioni al tempo stesso vaghe e abbastanza perentorie perché possa crederci il lettore rispettoso dei titoli accademici e che non ha né tempo né voglia di documentarsi personalmente su le fonti. Cose che caratterizzano un determinato genere, una determinata specie, fortunatamente assai rara. Quanta buona volontà, al contrario, da parte di tanti eruditi che, in un'epoca di specializzazione forsennata come la nostra, avrebbero potuto benissimo disdegnare in blocco qualsiasi tentativo di ricostruzione letteraria che rischiava di invadere il loro campicello... Moltissimi di loro spontaneamente hanno voluto disturbarsi per rettificare una frase, confermare un particolare, esporre una ipotesi, agevolare una ricerca ulteriore... Troppi, perché io possa esimermi dal rivolgere qui il mio ringraziamento amichevole a questi lettori benevoli: ogni libro ristampato deve qualcosa alle persone perbene che l'hanno letto.
Fare del proprio meglio. Rifare. Ritoccate impercettibilmente ancora questo ritocco. «Correggendo le mie opere, - diceva Yeats, - correggo me stesso».
Ieri, alla Villa, ho pensato alle mille e mille esistenze silenziose, furtive come quelle degli animali, inconsce come quelle delle piante: vagabondi dei tempi del Piranesi, saccheggiatori di ruderi, mendicanti, caprai, contadini che hanno preso alloggio alla meglio in un angolo di rifiuti, che si sono succeduti qui tra Adriano e noi.
Al termine d'un oliveto, G. ed io ci siamo trovate in faccia al giaciglio di vimini d'un pastore, in un corridoio antico sgombrato a metà: il suo attaccapanni di fortuna conficcato tra due blocchi di cemento romano; le ceneri ancora tiepide del suo focherello. Una sensazione di umile intimità, un poco analoga a quella che si prova al Louvre, dopo la chiusura, quando in mezzo alle statue si aprono le brande dei custodi.
[1958. Nulla da cambiare alle righe che precedono. L'attaccapanni del pastore, se non il suo giaciglio, è ancora là; G. ed io abbiamo sostato su l'erba di Tempe, tra le violette, in quel momento sacro dell'anno in cui tutto ricomincia, ad onta delle minacce che l'uomo dei nostri giorni fa pesare in ogni luogo su se stesso. Ma la Villa ha subito un cambiamento insidioso; non completo, certo: non si altera così rapidamente un complesso che è stato dolcemente distrutto e creato dai secoli; ma per un errore raro in Italia, alle ricerche e alle opere di consolidamento necessarie si sono aggiunti pericolosi «abbellimenti»; sono stati tagliati alcuni ulivi per far posto a un parcheggio indiscreto e ad un chiosco-bar tipo parco d'esposizione: cose che fanno del Pecile, della sua nobile solitudine una piazza della stazione. Una fontana di cemento disseta i passanti attraverso un inutile mascherone di stucco finto antico; un altro, ancor più inutile, adorna la parete della grande piscina, arricchita da una flottiglia di anatre; sono state copiate, anch'esse in stucco, statue da giardino greco- romane piuttosto banali, scelte tra reperti di scavi recenti: non meritavano né questo onore né questo disdoro. Sono copie, rifatte in un materiale volgare, gonfio, molle; collocate a caso su piedestalli danno al malinconico Canopo l'aspetto d'un angolo di Cinecittà, dove si è ricostruita per un film l'esistenza dei Cesari. Non c'è nulla di più fragile dell'equilibrio dei bei luoghi. Le nostre interpretazioni lasciano intatti persino i testi, essi sopravvivono ai nostri commenti; ma il minimo restauro imprudente inflitto alle pietre, una strada asfaltata che contamina un campo dove da secoli l'erba spuntava in pace creano l'irreparabile. La bellezza si allontana; l'autenticità pure].
Luoghi dove si è scelto di vivere, residenze invisibili che ci si è costruite a riparo del tempo. Ho abitato Tivoli, ci morirò forse, come Adriano nell'Isola di Achille.
No. Ho rivisitato la Villa ancora una volta; i suoi padiglioni fatti per l'intimità e la quiete, le sue vestigia d'un lusso senza fasto, il meno imperiale che fosse possibile, da ricco conoscitore che ha cercato di unire i piaceri dell'arte alla pace dei campi; al Pantheon, ho cercato il punto esatto dove si posò una macchia di sole un mattino, il 21 aprile; lungo i corridoi del Mausoleo, ho ripercorso il cammino funebre seguito tante volte da Cabria, da Celere e da Diotimo, gli amici degli ultimi giorni.
Ma non sento più la presenza immediata di quegli esseri, l'attualità di quei fatti; mi restano vicini ma ormai sono superati, né più né meno come i ricordi della mia esistenza. I nostri rapporti con gli altri non hanno che una durata; quando si è ottenuta la soddisfazione, si è appresa la lezione, reso il servigio, compiuta l'opera, cessano; quel che ero capace di dire è stato detto; quello che potevo apprendere è stato appreso.
Occupiamoci ora di altri lavori.