'Il cacciatore di corte' di Serena Luzzi
Salve a tutti, buonasera per questo nuovo appuntamento di Casa La Terza. Io sono Giovanni
Carletti, lavoro presso gli editori La Terza come editor. Qui con noi stasera abbiamo due
presentatori, un libro che uscirà tra pochi giorni della casa editrice di Serena Luzzi,
financiatore di corte Una vita ripeta nell'Europa del Sevecento, e a presentarlo abbiamo l'autrice
Serena Luzzi che insegna storia moderna all'Università di Trento e Fernanda Alfieri che
insegna storia moderna all'Università di Bologna. Allora comincerei lasciando la parola a Fernanda
Alfieri che può introdurre la nostra discussione. Intanto buonasera, ringrazio Casa La Terza,
ringrazio l'autrice per l'invito al dialogo che farai partire dal chi, dove e quando. Siamo
nell'anno 1678, è un giorno di ottobre e una coppia di giovani, per noi ma per allora non più
giovanissimi perché lei ha 26 anni e lui ne ha 27, si uniscono in matrimonio nel santuario di San
Romedio che è un antichissimo luogo di devozione in Val di Non, cioè nella zona nord-occidentale
di quella che oggi è la provincia di Trento e allora era un principato governato da un principe
vescovo. I due sposi sono due nobili, il conte Ferdinando Carlo di Tunna di Croviana ed è lui il
cacciatore di corte del titolo e la contessa Anna Giuditta di Arsio, sono rampolli di famiglie
illustri dell'aristocrazia trentino-tirolese, sono vassalli dell'imperatore del Sacro Romano Impero,
possiedono tenute i castelli ma delle loro ricchezze è più quella simbolica della nobiltà
del prestigio che quella delle cose che rimane in quei tempi magri. Le nozze tra i due si celebrano
molto sottotono, frattolosamente, non c'è nessuna festa, non c'è nessuna pubblicità, bisogna fare
però questo matrimonio per porre rimedio a una situazione molto imbarazzante per le famiglie che
sono coinvolte e come vedremo dalla storia straordinariamente vitale e avventurosa ricostruita
da Serena Luzzi, sgradevole, quasi ripugnante per lo sposo che per tutta la vita si sottrarrà
sistematicamente alla relazione con la donna che stava sposando. I due prima del matrimonio avevano
concepito una bambina che era nata un anno prima, non sappiamo come fosse nata la loro relazione,
non sappiamo che aspettative avessero per il loro futuro quando si incontravano furtivamente, non
sappiamo cosa si dicessero e se lui avesse magari prospettato per lei un matrimonio per convincerla
a cedere la sua virginità e questo accadeva di frequente o meglio si raccontava nei tribunali
quando le donne sedotte, specie se si trovavano con una gravidanza, andavano a reclamare che il
loro onore e il suo tratto venisse in qualche modo risarcito. Insomma, quello che sappiamo è che al
momento dell'ufficializzazione di quest'unione il clima che prenomina è di imbarazzo, è di
conflitto, di pesantezza. Insomma, Ferdinando Carlo non vuole Anna Giuditta e loro figlia,
che è frutto di quell'unione clandestina, non è che un peso per il padre, tanto che gli accordi
che prendono le due famiglie affederanno alla famiglia di lei l'obbligo di mantenerle sotto il
tetto della casa paterna ma dopo la cerimonia molto dimessa in cui i due avrebbero dovuto separarsi
immediatamente, Anna Giuditta si impianta a casa della famiglia di lui e non si muoverà di lì per
anni insieme alla figlia. Per cacciarla dovranno mobilitare autorità, lei pur di non andarsene
dare fuoco alle vigne, divellerà le piante quando tenteranno di cacciarla di lì e da questa unione
non voluta, da questi desideri così divergenti che noi vediamo subito, cominciamo subito a intuire
che dalle prime pagine del libro nasce una vicenda straordinaria che ci porterà molto lontano dalle
remote vallate del Trentino attraverso l'Europa e attraverso la grande storia e così Serena è stata
anche la tua ricerca che ti ha portato da un castello del Trentino a Londra, a Parigi, alla
Repubblica cieca, a Vienna, sulle tracce dei protagonisti di questa vicenda che è quasi una
braga familiare che non a caso tu nel libro hai diviso in puntate, ma come è incontrato il
cacciatore di corte? Come è andata questa ricerca? Sì grazie Fernanda, buonasera, dunque all'inizio
fu il quaderno di Stoffa, fitto di testi scritti in lingua francese, in tedesco, in italiano
conservato nell'archivio privato della famiglia Thun, era stato etichettato come braghe del
Ferdinando Carlo alla Bastiglia, quindi mi incuriosiva molto questo manufatto rarissimo,
una fonte straordinaria, un quaderno di tessuto cucito insieme da qualcuno, da un detenuto
alla Bastiglia e mi modo di sfogliarlo questo quaderno di Stoffa e immaginavo, cercavo di
immaginare Ferdinando Carlo mentre scrive in questa cella stretta e semibuia, io di Ferdinando
Carlo nulla sapevo, mi stavo occupando di tutt'altro all'epoca, ma poi ho iniziato a
cercare materiale, a tentare di ricostruire non solo e non tanto forse la vita intera del
conte, la vita in tutte le sue articolazioni, ma soprattutto il momento della prigionia in
Francia per contestualizzare appunto questa fonte così preziosa e quindi ho iniziato indagando,
cercando materiale negli archivi di Trento, negli archivi privati appunto della famiglia
Thun, ma era chiaro, dovevo andare a Parigi e consultare i fascicoli dell'archivio della
Bastiglia. Ma a Parigi c'erano altre fonti forse anche più interessanti, cioè i graffiti,
le incisioni che troviamo nelle pareti delle celle, perché sono varie della fortezza di
Vincenzo, siamo a una mezz'ora a sud di Parigi. Alcune di queste incisioni hanno a che fare,
entrano in relazione con l'esperienza carceraria di Ferdinando Carlo, quindi come dire, tassello
dopo tassello il puzzle ha iniziato a prendere forma, si è popolato, sempre più articolato,
sempre più complesso e per molti aspetti sempre più sorprendente, per me inaspettato.
Ecco, a questo punto l'indagine si è estesa, gli archivi di Vienna, gli archivi di Decin,
Repubblica Ceca, dove sono conservati gli archivi della potente famiglia Thun di Bohemia,
un'incursione a Londra, la British Library, insomma a quel punto mi sembrava di aver raccolto
informazioni a sufficienza per tentare di affidare alla pagina queste vicende.
A proposito del quaderno, le indagini hanno anche restituito la vera storia di questo
quaderno di Stoff, perché a Cucirlo non fu Ferdinando Carlo come trasmette o ha trasmesso
la memoria di famiglia, ma la seconda moglie, Marie, durante anni penosi e lunghi alla Bastiglia.
E quindi anche per questa via è emersa in modo più chiara la personalità forte di questa donna,
la sua forza, il suo coraggio, la sua sensibilità, ma anche la sua cultura letteraria che noi
troviamo riflessa nel quaderno di Stoff. Restava da spiegare per quali vie questo quaderno,
questa fonte straordinaria era arrivata in Trentino dalla Bastiglia, era un altro tassello.
E qui mi fermo.
Quindi Serena già sappiamo che c'è una prima moglie, Anna Giuditta, c'è una seconda moglie
che si chiama Marie, che si trova in Francia. E quindi nella storia del cacciatore di corte
e anche nelle molte storie che incrocia, cominciamo già a individuare una specie di costante,
cioè una specie di tensione che non si risolve mai. Disciplina o indisciplina, trasgressione o
regola. La volontà, e tu lo scrivi subito nella premessa, di sfuggire agli obblighi del ruolo
imposto dalla società è come il filo rosso che unisce le vite raccontate in questo libro,
che mostra un mondo di ieri che è tutt'altro che disciplinato, come invece si tende a immaginarlo
e come ce lo raccontano. I bisogni di rapporti sociali degli uomini e delle donne che lo popolano
sono in qualche modo insopprimibili. Così, per esempio, insopprimibili da sfidare tutte le regole.
In un rimoto borgo montano Ferdinando Carlo e Anna Giuditta non aspettano il matrimonio per
concepire una famiglia. Nel cuore di Parigi, Marie si unisce a Ferdinando Carlo senza prete e senza
testimoni. Anni prima, ci racconterai, a Salisburgo il principe vescovo della città si tiene una
concubina che mette al mondo 15 figli. Tu, Serena, spesso osservi che il cosiddetto modello del
disciplinamento, che è stato molto forte per gli studi storici sull'Europa moderna, si rivela
limitato nel dirci come effettivamente gli uomini e le donne vivessero, di fatto negoziando con le
norme e trasgredendole molto spesso, come vediamo da queste vicende che ricostruisci. Se però non
fosse esistita l'ambizione delle chiese e degli stati al controllo delle vite dei singoli e
l'attenzione a uniformare le loro vite in regole comuni, specialmente per quanto riguarda la sfera
della sessualità, matrimonio, generazione, noi non sapremmo nulla del cacciatore, non sapremo nulla di
Marie, non sapremo nulla di un pullulare di trasgressori che popolano questo libro e che
si sono imbattuti, prima o poi volenti o nolenti, nella giustizia. Agirono, trasgredirono, vissero,
ma molto spesso in condizioni di grande disagio, proprio perché fuori dalla regola. Come sarebbe
stata la vita di Marie, la seconda moglie di Ferdinando Carlo, se fosse stata legittima
moglie di Ferdinando Carlo da subito? Quanto più semplice sarebbe stata la vita di Ferdinando
Carlo se fosse stato alle regole e quanta sofferenza sarebbe stata a tutti risparmiata?
Fernanda, tu poni una questione difficile. Norma e trasgressione, questo è in effetti un aspetto
centrale della ricostruzione, a me sembra, insomma è come tu hai già ricordato un filone
storiografico fortunato, fertile peraltro ricco, importante, ha insistito appunto sul disciplinamento
perseguito dallo Stato, dalle chiese in età moderna in particolare, un controllo esteso
sulla società tutta, sulle vite dei singoli, degli individui, sulle loro scelte, però
c'è da chiedersi quale sia stata l'efficacia del controllo, l'effettiva capacità di controllo
delle istituzioni. Facciamo un esempio, gli studi dedicati alla storia del matrimonio
ci mostrano chiaramente i limiti di questa capacità di controllo sulla sessualità,
del matrimonio, le trasgressioni non sono un'eccezione, sono la norma. Nel nostro puzzle
appunto come hai ricordato i ribelli, le trasgressioni sono molti e a me pare che sia
evidente la fatica e l'incapacità a volte di controllare e di domare queste spinte,
chiamiamole centrifughe. Ci sono anche ribellioni come dire che riguardano semplicemente le
dinamiche interne alla famiglia, Ferdinando Carlo è in fuga prima di tutto dalle pressioni
familiari che lo costringono a scelte che lui non condivide. Se Ferdinando Carlo fosse
rimasto a Parigi, nessuno si sarebbe accorto, avrebbe scoperto la sua bigania, era anche
poi protetto dalla sua condizione sociale di conte che a me premeva un po' a mettere
in discussione l'immagine che ancora resiste di un passato fatto di uomini e di donne obbedienti,
di sudditi passivi che obbediscono alle regole di stato e chiesa, invece non è così, era
questo il punto che mi premeva sottolineare. D'altra parte tassello dopo tassello i personaggi
che si presentano sulla scena accanto al cacciatore sono tutti ribelli in un certo senso, è vero
soffrono e subiscono le conseguenze di questa ribellione, però sono agenti per così dire,
non sono passivi. Quindi abbiamo un primo matrimonio non voluto, molto sottotono,
celebrato in Trentino, poi abbiamo un secondo matrimonio voluto, clandestino, celebrato a
Parigi, celebrato due volte addirittura, una prima volta in modo informale, una seconda volta
formalizzato, poi abbiamo un ritorno di Ferdinando Carlo nelle sue terre natali, un continuo come
andare e venire fra le sue due vite che lui si costruisce cercando di mantenere separata la
sua famiglia di origine da quella che lui si crea nuova a Parigi. Ma le vite di Ferdinando Carlo,
delle sue due mogli, dei loro figli, delle loro figlie, perché Ferdinando Carlo ebbe una prima
figlia con la prima sposa e ne ebbe quattro, di cui uno morì piccolissimo con la seconda,
tutte queste vite si incrociano con la grande storia. Nell'anno 1700 Carlo II, re di Spagna,
muore senza eredi e si apre la questione della successione, che gli avrebbe succeduto? Il Borbone,
il Jasburgo di Austria, si contendono il trono, scoppia una guerra, scoppia la guerra di successione
spagnola. Ferdinando Carlo allora era a Parigi, era straniero a Parigi da anni, ma fino ad allora
era stato colto senza resistenze. Diventa però, dopo lo scoppio della guerra, improvvisamente
straniero e sospetto. Tra l'altro da poco si è sposato ufficialmente con Marie, dopo 15 anni
di clandestinità. I suoi figli possono, per le leggi di Francia, essere finalmente riconosciuti
come suoi eredi e potrebbe essere l'inizio di una nuova vita per lui, finalmente in regola,
almeno con le regole del re di Francia, ma non con quelle del principe vescovo di Trento e con
i tribunali dell'Impero, agli occhi dei quali Ferdinando risultava sposato con Anna, per non
parlare della famiglia di origine. Insomma, ora a Parigi le cose potevano andare finalmente per il
verso giusto, ma Ferdinando Carlo viene arrestato con la scusa di intesa con gli Asburgo di Austria,
che allora erano nemici della Francia, nella guerra di successione spagnola. Siamo nell'anno
1702 e la storia in qualche modo irrompe nella storia di Ferdinando Carlo e irrompe nella vita
dei suoi effetti più cari, nella vita che lui si è scelto. Viene incarcerato alla Bastiglia,
dalla Bastiglia viene portato in un altro carcere a Vincenzo e qui c'è un altro personaggio, o meglio,
un'altra persona, perché come tutti i soggetti di cui stiamo parlando, visse davvero, che è
importantissimo nella vicenda, che è una figura di grande umanità che mi ha profondamente commossa,
che la storia a suo malgrado aveva travolto a sua volta. È Jean-Baptiste Fari, che è incarcerato
nel carcere di Vincenzo perché ugonotto e perché sospetto di tramare a sua volta contro la Francia,
questa volta per ragioni religiose, di appartenenza religiosa. Sarebbe stato rinchiuso più di 20 anni,
pur avendo abbiorato alla sua religione. Insomma, Serena, si può fuggire alla disciplina imposta,
ma dalla storia non si scappa, sembrano dirci le vite che leggiamo, di cui leggiamo del cacciatore.
No, alla storia non si scappa, però si può tentare una qualche forma di resistenza ed è
quello che noi vediamo accadere, a me sembra. Allora, va bene, le guerre, le persecuzioni
terribili sono la cornice in cui si muovono i nostri protagonisti in alcune fasi della loro vita,
sono esperienze drammatiche di fronte alla quale sono chiamati a fare delle scelte, ad adottare
delle strategie, scelte per non soccompere, scelte di resistenza. Ecco, quindi la guerra e le
persecuzioni nessuno le ferma, guerre e persecuzioni che violentano, certo, le vite dei
nostri protagonisti, ma le vite di tutti, però assistiamo a scelte, a reazioni, ad azioni, a
resistenze che a volte sono solamente, si fa per dire, o hanno una valenza solamente simbolica,
ma non per questo meno significativa. Per esempio, se pensiamo appunto alla persecuzione
contro i protestanti di Francia, Iugonotti, noi assistiamo a una reazione, a una ribellione,
quindi alla storia non si scappa, ma Farid sceglie la resistenza, una resistenza che poi lo conduce
in carcere, una esperienza terribile, 23 anni in isolamento totale, ma è la conseguenza,
secondo me, di una forma di resistenza. Questa è la mia risposta. Questo libro, Serena, è anche
una storia della comunicazione degli affetti, una grande storia di comunicazione dell'amore
e dell'amicizia, perché è pieno di lettere, di lettere che vengono scritte con inchiostri di
fortuna sui supporti più impensati, ancora una volta trasgredendo regole. In carcere, Ferdinando
Carlo, Fari, Mari, il loro figlio, scrivono, scrivono tutti. Vengono incise preghiere sulle
trette di una cella carceraria, pensieri, memorie, desideri, vengono messi sul quaderno
di stoffa. Questa folla mormorante uscita dagli archivi in cui tu ti sei imbattuta,
Serena, sembra avere un bisogno di parole fortissimo, quasi come se ha bisogno dell'aria,
mi sembra. Sì, hai ragione. In effetti questa è anche una storia d'amore, forse prima di tutto
una storia d'amore e di amicizie. La comunicazione, come tu giustamente sottolini, si impone urgente,
sia nella comunicazione amorosa, sia nella comunicazione in contesti estremi, sia nell'espressione di una
relazione d'amicizia. Cominciamo con la comunicazione amorosa, noi abbiamo delle lettere
che parlano in modo inequivocabile di affetto coniugale, di sintonia, di amore. Ferdinando
Carlo disegna i coricini, come un adolescente potrebbe fare oggi, nelle lettere destinate alla
seconda moglie. Sono chiare espressioni di intensità dei sentimenti. Anche in questo
caso secondo me si dovrebbe forse rivedere quella convinzione radicata per cui l'affetto
coniugale matura si sviluppa solo verso la fine del Settecento. Io non sono tanto sicura.
Poi c'è la comunicazione in contesti estremi, in questo caso tra due detenuti condannati
all'isolamento totale, non possono comunicare in nessun modo, né per iscritto, né per via
orale, non possono nemmeno scrivere nella cella e però l'urgenza della comunicazione,
l'urgenza della scrittura si impone più che mai. Allora che cosa si fa? Si usa quello
che la cella fornisce, surrogati, supporti nel tentativo di superare l'isolamento che
non è solo fisico, è anche psicologico, c'è da impazzire in quelle situazioni. Allora
si scrive sulle pareti, si usa il tessuto degli indumenti come quaderni di stoffa, le
pietre, ossa, chiodi, fuligine dei caminetti mescolato al vino, ma anche all'urina se
non c'è altro, la cosa a quanto pare funziona, ma anche il sangue se non ci sono altre modalità.
È comunque anche in questo caso una trasgressione dei divieti, è una sorta di forma di resistenza,
ma anche un modo per comunicare in qualche modo idealmente almeno con l'esterno.
Poi ci sono le storie di amicizia, l'amicizia che matura a distanza, che è una storia di
amicizia, che è una storia di amicizia. Nel chiuso delle celle tra Fari e Ferdinando Carlo,
attraverso un carteggio quotidiano fatto di lettere di Ardesia, messaggi incisi con i
chiodi, un codice segreto per utilizzare per quanto possibile tutta la pietra e questo
succede ogni giorno per 7 anni e più, è un'amicizia anche questa.
Poi ci sono altre forme di amicizia che noi troviamo in questo puzzle, in queste vicende,
amicizie disinteressate come quella che matura tra Ferdinando Carlo e un mercante di Venezia,
Kekel che si presta alla mediazione tra Parigi e Salisburgo, dove Ferdinando Carlo è per
variati anni e consente quindi lo scambio di lettere d'amore, di doni, di libri e
quant'altro, conservando il pesante segreto tra la seconda moglie che sta a Parigi e Ferdinando
Carlo, cacciatore a Salisburgo, è in nome di quell'amicizia che Kekel poi ospiterà
uno dei figli di Ferdinando Carlo, lo accoglierà come fosse un suo figlio, potremmo dire come
il figlio di uno dei più cari amici per l'appunto.
La vita di Ferdinando Carlo sembra segnata da questa dimensione affettiva che emerge così
bene da tutte queste lettere scritte, da queste parole vergate sui supporti più impensati,
sembra però anche segnata dalla indecisione, da una cronica corrispondenza mancata tra
i suoi desideri che in realtà noi non possiamo conoscere ovviamente se non per quello che
le fonti riescono a trasmetterci e le sue azioni, per quello che desidera e quello che
fa. Ferdinando Carlo è una specie di generatore di caos, di caos per sé e di caos per gli
altri che però lo accolgono e lo amano, lo amano molto, è una figura molto affascinante
che ci lascia pieni di interrogativi, di cosa desiderava veramente, di cosa aveva paura
e è una figura anche quasi malinconica che l'immagine che troviamo nella copertina del
libro, questo autoritratto maschile arrivato al museo dell'Ermitagio dal 600 Fiammingo
ci restituisce molto bene. Le donne invece si direbbero una personalità molto decise,
capace di affermare in pieno la loro volontà, parlano, protestano, strepitano, s'arrabbiano,
strappano, danno fuoco alle cose, strappano le piante, sono determinatissime a prendersi
quello che desiderano e in parte anche ci riescono. Proviamo a richiamarle, Anna Giuditta,
la prima moglie di Ferdinando Carlo, alla quale si chiede subito dopo le nozze di allontanarsi
dalla casa dei Thun, ma lei si imponta e ci resta. Poi c'è Marie, tra l'altro resisterà
tutte le richieste che le farà il marito, fino all'ultimo. Poi c'è Marie, la seconda
moglie, poi c'è Anna Massenza che è la zia di Ferdinando Carlo che amministra, resta
sulle terre natie e amministra lei sola le proprietà della famiglia e lo fa molto bene.
Poi c'è Elisabetta, la figlia non voluta del primo non voluto matrimonio di Ferdinando
Carlo e di Anna Giuditta e poi c'è stavolta non un membro della famiglia ma un'altra figura
molto importante in questa vicenda, una carismatica, Maria Arcangela Biondini, la badessa del monastero
in cui Elisabetta, figlia non amata dal padre ma amata da questa madre spirituale molto
forte, entrerà, che è una donna di potere e di polso. Anche qui ci troviamo a ridimensionare
in qualche modo una visione della condizione femminile come necessariamente relegata alla
passività, una tendenza tra l'altro che la storia delle donne e di genere degli ultimi
anni ha abbracciato. Ti chiederei Serena di raccontarci un po' di queste donne, delle
loro volontà forti, delle loro capacità di dirle e di affermarle. Prima mi soffermerei
sulla figura di Ferdinando Carlo e sulla tua definizione del nostro gacciatore come generatore
di caos, in effetti è interessante la formulazione. Certamente per alcuni aspetti è una figura
ambigua, confuso, disorientato, però è anche molto fermo nel rifiutare il matrimonio rimparatore
e lì non c'è confusione, non c'è ambiguità, deve accettare semplicemente perché lo minacciano
di morte, punto, non c'è storia. Poi c'è un altro aspetto drammatico che accompagna
il matrimonio, lui è prigioniero di un vincolo che detesta, il primo matrimonio e non c'è
verso di scioglierlo, non c'è divorzio ovviamente, è un contesto cattolico. Questi aspetti secondo
me sono un'attenuante rispetto alle sue scelte e anche rispetto alle strategie che adotta
alcune molto goffe, molto ingenue. 30 anni dopo il primo matrimonio, nel suo testamento
dettato sul letto di morte, in modo inequivocabile di nuovo torna sul rifiuto delle prime nozze,
sulla violenza che ha subito in quel contesto, una violenza dice lui intollerabile, che ha
condizionato la sua intera esistenza. Perciò sì, è una figura malinconica e penso anche
io che la copertina riesca ad esprimere questi elementi che attraversano forse anche tutto
il libro. Per quanto riguarda le donne, forse sono anche più determinate, volitive, coraggiose
delle presenze maschili in questo libro, tutt'altro che passive. Anna Giuditta, l'hai detto, si
vendica, si vendica come può e lo fa in maniera aggressiva, la seconda moglie Marie quando
ha la bastiglia e subisce tre interrogatori risponde senza timidezze, ferma nella sua
posizione, interagisce quasi alla pari con chi la sta interrogando, ma ci sono tanti
altri aspetti di questa personalità forte che non possiamo considerare qui. Poi ci sono
le due sorelle di Ferdinando Carlo del Cacciatore che si mostrano scevre, senza pregiudizi,
quando arrivano questi figli bastardi, illegittimi di Ferdinando Carlo, i parigini come dicono
i parenti trentini per prenderli in giro evidentemente, sono senza pregiudizi, anche rispetto all'abigamia
del fratello hanno un atteggiamento aperto, sono generose, anche rispetto alla seconda
moglie, la ospitano, le donano vestiti, ma anche dei legati, perché lei possa vivere
dopo la morte di queste cognate. Quindi anche queste sono interessanti, la
via d'essa l'hai detto, è interessante di sua, le lettere che manda il Principe
di Bologna e al Principe Arcivescovo di Salzburgo sono quelle di una donna veramente che ha
un'energia interiore, che sprigiona attraverso queste lettere, la prima volta che le ho lette
dico ma chi è questa donna che si permette questi toni con un Principe Arcivescovo? Va
bene, poi ho scoperto che era la Vadessa Biondi. Poi c'è la figlia rimasta in Francia,
fragile e forte nello stesso tempo, forse soffre di depressione, malinconica, ma anche
lei disobbedisce al Principe Vescovo di Trento, non viene a Trento, vuole stare in Francia
e così farà. Poi c'è la prima figlia, timida, non ha mai conosciuto il padre, quindi
abbandonata a un destino triste, al convento suo malgrato, dove però trova spazi di auto
affermazione, di realizzazione, di autonomia e diventerà Vadessa, subentrerà alla Biondini.
Perciò sì, è tutt'altro che passive sono queste donne in effetti.
La storia del cacciatore, Serena, questo lo possiamo dire senza spoiler, non finisce con
la morte di Ferdinando Carlo, che non dove morirà né quando, però possiamo dire che
la sua vita tortusissima lo ha visto fuggire e rimanere per anni lontano dalle terre che
lo avevano visto nascere, che gli avevano dato forse non una certezza di benessere,
perché quelli erano tempi magri, di inverni gelidi che distruggevano raccolti, era un
mondo di 600 di guerre laceranti, almeno nella sua prima metà, ma senza altro quelle
terre gli avevano dato un nome, quindi l'appartenenza al grande casato dei Thun, seppur di un ramo
più giovane e secondare, quindi la possibilità di contare su una rete europea di appoggi.
Ma qualcosa di quell'appartenenza conflittuale mai pienamente vissuta, perché se ne sta
più lontano possibile da quelle terre, sicuramente per evitare il primo matrimonio non voluto,
ma chissà, anche per quale altre ragioni, però di quell'appartenenza così controversa
qualcosa doveva aver trasmesso ai figli francesi, ai figli legimi, almeno al primo maschio che
si chiama Carlo Vittorio, che tornerà adulto nella dimora dei Thun a Croviana, nella val
di nonna da dove veniva il padre. E lì farà qualcosa che mi ha molto colpito, perché
nessuno dei suoi avi lo aveva mai fatto prima, cioè scrivere la storia del casato, del casato
del padre, del suo casato, quasi a voler darsi un posto nella storia, quasi a voler darsi
una legittimità che gli era stata a lungo negata, perché lui ha vissuto a lungo da
figlio bastardo. Cosa ci dici di lui? Che cosa ne è di lui? Che cosa ne è dei fratelli
in quello che segue alla fine della vita di Ferdinando Carlo? E che cosa resta quindi
della eredità materiale e sentimentale del nostro cacciatore di corte? E poi magari ci
dice anche perché lo abbiamo chiamato così. Sì, prima di tutto rientro alle origini,
diciamo così, dei figli nati nel connubio con Marie. Non è semplice, si deve gestire
prima di tutto l'ostilità espressa, esplicita, dei parenti, un processo peraltro ricco di
documentazione che ho avuto modo di sfruttare. C'è poi il problema della penuria dei patrimoni,
debiti che si accumulano, c'è un ambiente così diverso da Parigi, da Venezia, qui siamo
tra le campagne, la montagna, le stalle, il bestiame. A un certo punto Carlo Vittorio
dice io sono morto qui, sono in un ambiente che non è il mio ed è questo. Anche le abitudini
sono diverse, Carlo Vittorio deve fingere di sapere andare a caccia, mai fatto tra Parigi
e Venezia per l'appunto, quindi deve fingere quello che non è, è uno dei tanti aspetti
che si pongono in questo rientro. Nel rientro certamente lui assume il ruolo di feudatario,
di signore di terre che però sono almeno in quella fase povere, quindi è un aristocratico,
nobile, appartenente a un casato importante, ma povero, è solo, non trova moglie e quindi
inizia a scrivere, coltiva del progetto a cui tutte riferivi Fernanda, di scrivere la
storia del casato tutto dei Thun, quel casato che non lo aveva riconosciuto e continuava
di fatto a non riconoscerlo. Quindi calare la storia, la vicenda del padre, di Marie,
seconda moglie, ma di un matrimonio non valido, in quella del casato Thun, avrebbe dato la
legittimità che gli mancava, la legittimità negata. La stesura dell'opera richiede 7
anni, l'opera viene scritta in francese, non in italiano, anche questo è interessante,
ma la comunità continuerà di fatto a non accettare i parigini e neanche la seconda
moglie Marie, di cui non viene riconosciuto il ruolo e questo lo vediamo poi nel momento
della sepoltura, momento altamente simbolico. Poi c'è un sogno premonitore all'alba,
un sogno che fa Carlo Vittorio, il padre Ferdinando Carlo che finalmente torna rassicurante,
a promettere aiuto, promettere sostegno, in realtà è un sogno che ci parla del trauma,
del distacco, ma anche dell'ansia, delle preoccupazioni che nutrono la quotidianità
di Carlo Vittorio, anche questa è un'eredità di Ferdinando Carlo evidentemente. Antonio,
il secondo genito invece si dà alla carriera militare, è l'unica prospettiva possibile
per lui, in ogni caso non coltiva, non matura nessun legame né emotivo, affettivo con i
luoghi paterni, sta a Vienna quando è libero dagli impegni, quello che può vendere lo
vende, lo regala, ma Croviana non è un luogo significativo, uno spazio del cuore e della
mente. C'è poi la figlia nata in Francia che come dicevo prima si rifiuta di presentarsi
in Trentino, nel contesto del Principato Vescovile per lei tutto quello che ha a che fare con
i Thun è una realtà distante, è stata allontanata troppo presto dalla madre e dal padre che
invece ha educato i due figli maschi alla lealtà, alla fedeltà agli Asburgo e naturalmente
hanno avuto un'attività di rivolta, di rivolta, di rivolta, di rivolta, di rivolta, di rivolta
e quindi si sono educati e informati, istruiti sul ruolo dei Thun nel contesto imperiale.
Una domanda velocissima, è un po' cattiva, l'ha fatto lei ma me la sono fatta anch'io,
che cosa avresti voluto sapere, che cosa avresti voluto trovare in tutta questa documentazione
ricchissima che hai studiato che non hai trovato? Quale domanda è rimasta senza risposta o
quella delle molte domande che ti sei fatta di cui avresti voluto trovare la traccia,
quella parlante, quella che determina tutto e che non hai incontrato?
Tra le varie questioni e domande che sono rimaste senza risposta c'è il punto di vista
di Marie, la reazione di Marie quando ebbe modo di leggere il testamento del marito in
cui si rivelava tutto il senso delle strategie, i nascondimenti, i sotterfugi, l'esistenza
della prima moglie di cui Marie nulla sapeva. Mi sarebbe piaciuto trovare una testimonianza
che ci parlasse dei sentimenti di Marie quando la vita del marito le si svela, le si rivela
sotto gli occhi attraverso il testamento e altre documentazioni, ma il testamento in
particolare perché è vero che Ferdinando Carlo le chiede perdono, però non so, l'avrà
perdonato? Come avrà reagito? Questo mi sarebbe piaciuto sapere.
Ce lo possiamo immaginare.
Non lo so, la voce era tanto intensa, la sintonia era tanto intensa che forse, però non lo so,
potrebbe anche averlo perdonato.
Interessante. Io vi ringrazio perché la conversazione è stata molto ben costruita e veramente molto
interessante. Anche il mio ruolo di metronomo è stato completamente inutile perché siete
state bravissime nel gestire la conversazione. Allora, la domanda che vi volevo fare e che
accomuna entrambe è questa. Anche Ferdinando ha da poco pubblicato un libro di cui si è
parlato a lungo che riguarda un caso, anche quello in qualche modo, della sofferenza che
le convenzioni sociali producono e di quanto costa resistere alle convenzioni sociali e
quali possono essere le conseguenze anche psichiche. Il libro è stato pubblicato da
Einaudi e si chiama Veronica e il diavolo. La storia di un esorcismo a Roma, per il titolo
completo. La domanda è questa, che cosa queste storie così lontane nel tempo rispetto a
noi, di persone anche sconosciute fondamentalmente, assolutamente per il resto prive di interesse
per la grande storia, che cosa ci rivelano? Perché dovrebbero essere di interesse per
noi, per il nostro tempo, per il lettore che dovesse avvicinarsi ai vostri libri?
Quello che tra le molte cose che mi ha colpito della vicenda di Veronica è stato il suo
protagonismo e al contempo in qualche modo la sua strumentalità. È la storia, quella
che ho trovato nella documentazione principale, di un problema che questa ragazza doveva avere,
che si esprimeva in convulsioni, in parlare scomposto, gesti sconnessi, trasformarsi della
sua personalità da pia devota composta alla quintessenza della volgarità e della sgradevolezza.
Un problema che era il suo, nell'occhio di chi guardava, ma che di fatto era in primis il problema
dell'osservatore. Quello che mi ha interessato e che mi ha vinto è stata questa possibilità di
capovolgimento della prospettiva. La questione non era tanto capire se Veronica fosse posseduta o
fosse isterica, se fosse una matta o se fosse una che fingeva per attirare l'attenzione, ma quello
che le è stato attribuito, il modo in cui è stata osservata, in cui è stata giudicata e le reazioni di
fastidio e di turbamento che per questa sua inclassificabilità ha suscitato a lungo tempo nei
suoi osservatori e nei suoi disciplinatori. Questo credo sia una questione che si pone anche oggi
tutte le volte, che ci troviamo al cospetto di un'alterità che non conosciamo e alla quale
attribuiamo la colpa della sua incattalogabilità, mentre invece il problema principale sta nel limite
dell'occhio che guarda.
Io sono stata colpita dalla volontà che ho trovato espressa in più attori di questo tipo di
ricostruzione, di imporre la propria individualità, anche senza compromessi, anche con la consapevolezza
rispetto alle conseguenze anche gravi di certe scelte. Questo mi ha colpito e trovo che sia,
che rimanga attuale questo bisogno di individualità e di essere un'individualità.
Considerare gli uomini del passato senza distanze di questa natura, senza bisogni, senza priorità,
senza identità al plurale, secondo me è fuorviante e credo valga la pena non solo sottolinearlo,
ma dare voce a questi uomini, a queste donne che escono dagli archivi, dalle carte degli archivi
e che ci impongono, perché così è successa in questo caso la loro volontà, la loro individualità.
Non si mette un po' in discussione l'idea stessa di ancien regime in questo modo?
Comunque se ne dà un'immagine molto più complessa e sfaccettata, non diciamo tradizionalmente
l'individualismo è una categoria che nasce soltanto con la rivoluzione borghese,
difficilmente si immaginava tradizionalmente figure di questo tipo, si potevano concepire
figure di questo tipo nell'ancien regime, ma non si poteva concepire,
quando però si aprono gli archivi, si inizia a fare questo lavoro e si scoprono ripetutamente
storie di questo genere, questa complessità. Sottotraccia mi sembra che si emerga anche
questo aspetto.
Io personalmente credo che certe periodizzazioni vadano ripensate, insomma, un nuovo regime,
una rivoluzione borghese, non so se oggi, forse bisognerebbe tornare più spesso in archivio,
ma non voglio essere presuntuosa, semplicemente trovare la documentazione che ci possa aiutare,
io l'ho trovata perché c'era insomma, ed è una documentazione, sono carteggi che parlano
appunto di individualità, di scelte.
Senz'altro se posso aggiungere, anch'io concordo con Serena, che le periodizzazioni sono relative
e dipende anche dall'oggetto di osservazione specifico, ci sono ambiti, in particolare
quello legato alla storia della sessualità, del costume, dell'uso del corpo, che comunque
attraversa anche le vicende che Serena studia, in cui le persistente sono molto più radicate,
sì, ci sono vicende come quelle che ci racconta Serena di negoziazioni con la norma,
tentativi che noi potremmo definire anacronisticamente, però proviamoci, facciamo un patto,
usiamo questo termine sapendo che è un azzardo a autodeterminazione, comunque decisione per sé,
in relazione all'uso del proprio corpo, quantomeno è quello che fa Ferdinando Carlo,
ma è maschio, è figlio di una famiglia nobile che lo sottopone, proprio per questo ha un certo tipo
di vincoli e qui c'è una storia della maschilità che deve essere continuamente rivista, anche in
relazione al ruolo atteso di maschio, rampollo di famiglia, diversa è la condizione delle donne,
anche se abbiamo visto dalle vite femminili che questo libro racconta, che anche qui i modi
di vivere, il corpo e il rapporto con il matrimonio e con la norma sono molto più elastici e
imprevedibili di quello che prevedremo, ci sono delle sacche di persistenza nell'antico regime che
viviamo tutt'oggi su determinate questioni, quindi le periodizzazioni si spostano
continuamente a seconda di dove le andiamo a cercare e ad osservare.
Anche se poi altri libri, faccio degli esempi illustri, penso al Ritorno di Martinger della
Zemmond Davis o al Formaggio e Vermi di Carlo Ginzburg, sono stati libri che hanno mostrato
come andando a guardare negli archivi, anche nelle carte meno frequentate, anche negli archivi
provinciali, si possono trovare delle vicende illuminanti.
Scusate, adesso schiamo di andare fuori tema, il tempo è anche poco, non vorrei rubare troppo,
però è una domanda che mi faccio, quanto ci proiettiamo di nostro su queste vicende?
Serena stavolta rispondi tu per prima.
Dovremmo mantenere la distanza rispetto al soggetto che studiamo, questo ci viene insegnato
dai primi giorni, dal primo anno di università. Poi è chiaro, certe esperienze, certi interessi,
certe sensibilità ci portano a focalizzare l'attenzione su alcune vicende piuttosto che altre, questo
credo sia innegabile, ne posso negarlo. Spero e ho cercato di mantenere la distanza, questo
sì, rispetto alla ricostruzione.
È una domanda difficile questa, proprio molto difficile.
Io credo di aver fatto esattamente il contrario di quello che ha fatto Serena, di aver adottato
la narrazione mettendomi in prima persona in alcuni punti, cercando di limitare il più possibile
per non invadere troppo il campo, cosa che Serena non ha fatto, non c'è. Serena c'è, c'è molto,
poi conoscendola si sente la sua voce, leggendola, ma non dice mai io. Mantiene una dichiarata
distanza. Io ho organizzato diversamente la narrazione mettendomi come parte di un gruppo
di ricercatrice dentro l'azione, esprimendo uno stato d'animo nella parte iniziale del libro,
come di spiazzamento, come di volontà di saperne di più, che non veniva mai soddisfatta.
Penso che al di là della narrazione, di come uno organizza la scrittura, sia un po' inevitabile
e si debba prendere atto. Le domande che facciamo a queste vicende sono profondamente legate
al tempo nel quale viviamo e se noi possiamo parlare di soggettività, se possiamo parlare
di individualità è perché viviamo in una cultura in cui l'emissione dell'individualità è quantomeno
enunciata molto, la cerchiamo perché sappiamo di cosa stiamo parlando. E quindi,
sì, è una distanza nella misura in cui non entriamo con il giudizio giudicando queste vicende,
cerchiamo di non prendere posizioni, ma lo strumentario con il quale lavoriamo è inevitabilmente
impregnato della pesantezza anche del nostro presente.
Sì, esatto, perché secondo me se c'è una cosa che posso dire da lettore di entrambi i tipi,
diciamo in maniera più intensa quella di Serena ovviamente, anche per il corpo a corpo che ci ho fatto,
appunto mi sembra che ci sia rispesso di quanto l'ego o l'io contemporaneo sia così centrale,
la domanda di che cosa sia questo io, la riproiettiamo nel passato, che cos'era allora,
questo mi sembra un aspetto molto interessante, due ricerche da cui ho imparato molto, mi hanno parlato
anche molto dell'oggi, ha aiutato a capire molto anche cosa di noi, non soltanto di vicende ormai
lontane, questo mi è sembrato, sono due libri da cui ho imparato, questo è uno dei complimenti migliori
che si possa fare. Non mi pare di vedere che ci siano domande, per cui non mi pare che ci sia un'altra
scelta, quindi io ringrazierei le persone che ci hanno seguito, ringrazierei Fernanda Fieri per essere
stata una lettrice molto attenta del libro di Serena Luzzi e per aver fatto delle domande molto
interessanti e molto intelligenti e Serena Luzzi per tutto il lavoro che ha portato a scrivere un libro
che è bellissimo e che consiglio a tutti di leggere, che è questo, ma che vedrete tra poco nella nostra
sovraimpressione. Allora a presto e saluto tutti, arrivederci.